La campagna di eradicazione dei maiali ibridi (o cinghiali ibridi, o cinghialeXmaiale), avviata dal Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena dopo anni di attività carente o nulla, sta creando, come è comprensibile, reazioni contrastanti.

C’è chi tira un sospiro di sollievo perché vede finalmente affrontato un problema serio e anche molto complicato. Infatti la presenza incontrollata di questi animali sta creando problemi di sicurezza per le persone, legate al rischio di incidenti e al proliferare di zecche.

Oltre a ciò, ed è sotto gli occhi di tutti, la devastazione del sottobosco e della macchia sta minacciando la biodiversità vegetale e animale. Su quest’ultimo punto il Parco era obbligato per legge a intervenire e ogni ulteriore ritardo avrebbe comportato solo un aggravamento dei danni.

C’è anche però chi, in modo sincero, soffre per una questione di empatia nei confronti di animali abituati alla presenza dell’uomo. Si tratta di una sensibilità più che rispettabile e di obiezioni comprensibili, soprattutto perché, per risolvere il problema, si è stati costretti all’utilizzo di mezzi cruenti come l’abbattimento o la cattura in gabbie.

Con questa nota si vuole provare a rispondere ad alcune obiezioni, sperando di essere di aiuto a chi, al di là delle proprie personali convinzioni, ha comunque interesse a capire la complessità della situazione e la necessità di arrivare, dopo alcuni decenni, a delle soluzioni.

Tra le obiezioni più ricorrenti c’è quella di chi avrebbe preferito la sterilizzazione di tutti i cinghiali ibridi dell’Arcipelago, al posto degli abbattimenti. 

La sterilizzazione, purtroppo, non risolverebbe i problemi principali per cui si è deciso di intervenire, che sono: la predazione verso altre specie dell’ecosistema e la sicurezza connessa a possibili incidenti e alla proliferazione di zecche.

I cinghiali hanno una vita media superiore ai 16 anni; questo significa che dal momento in cui fosse conclusa una ipotetica campagna di sterilizzazione, sulla cui efficacia non ci sono nemmeno garanzie, bisognerebbe poi attendere che l’ultimo cinghiale sterile muoia di morte naturale. Questo significherebbe dover ancora rimandare di qualche decennio l’eliminazione dei pericoli sopra indicati. Senza contare gli effetti collaterali legati alla distribuzione, nell’ambiente, di mangime sterilizzante che potrebbe interferire con la vita di altre specie.

Altri si chiedono: perché non li avete catturati e portati da un’altra parte?

Una specie ibrida non può essere traslocata da nessuna altra parte perché può contaminare il patrimonio genetico della specie selvatica e danneggiare quindi gravemente la biodiversità. I cinghiali presenti nell’Arcipelago sono ibridi; ci sono studi genetici che lo attestano oltre alle evidenze riguardanti l’aspetto, che spesso ricorda molto più il maiale che non il cinghiale sardo. Per questo, purtroppo, non possono essere rilasciati liberi in nessun ambiente naturale.

D’altra parte, la cattura finalizzata alla gestione di animali vivi da tenere poi in cattività, avrebbe richiesto una serie di requisiti che solo le aziende zootecniche possiedono. 

Il Parco avrebbe quindi dovuto “certificarsi” come azienda zootecnica. Questo avrebbe comportato nuovi costi, ulteriori ritardi nell’affrontare il problema, e soprattutto la presa in carico di un lavoro che non rientra tra le attività di un Parco.

Il trasferimento inoltre, a parte i tempi lunghi necessari a catturare e trasferire tutti gli animali, avrebbe lasciato irrisolto il problema della riproduzione allo stato brado. 

Qualcuno ha obiettato che gli abbattimenti col fucile sono inefficaci perché gli animali continuano a riprodursi.

Questo, nelle intenzioni del Parco, è un falso problema, visto che l’obiettivo è l’eradicazione completa. È vero che ogni specie ha una sua dinamica di popolazione e per ognuna deve essere eseguito il metodo di controllo più consono. Nel nostro caso però non si tratta di controllo numerico ma di eradicazione totale della specie ibrida. Pertanto il problema degli squilibri numerici tra sessi o tra classi di età diventa un problema solo nel momento in cui l’attività di eradicazione subisce interruzioni.

Qualcun altro ha puntato il dito, genericamente, contro “i cacciatori”, accusando nel suo complesso un’intera categoria di avere introdotto questi animali nell’Arcipelago

Non si può fare ti tutta l’erba un fascio. Accusare genericamente “i cacciatori” di avere introdotto i cinghiali nell’Arcipelago è un argomento superficiale. 

Le singole persone che, a suo tempo, decisero di introdurre delle coppie fertili nell’Arcipelago, hanno commesso un reato e un gesto altamente irresponsabile nei confronti dell’intera Comunità e del territorio. 

Ricordiamo a questo proposito che chiunque fosse in possesso di notizie di reato farebbe bene a rivolgersi all’autorità giudiziaria con opportuna denuncia.

Al contrario, chi oggi partecipa alle operazioni di cattura ha invece tutte le autorizzazioni e le certificazioni previste per questo tipo di attività. 

Per questi motivi, non ha nessun senso affermare che le persone che introdussero i cinghiali diversi decenni fa siano le stesse che oggi partecipano alle attività di abbattimento selettivo.

Qualcuno, invece, col senno di poi rimprovera il Parco perché “avrebbe dovuto impedire che i cinghiali venissero introdotti o intervenire prima che si diffondessero così tanto”.

Quando le prime coppie di cinghiali ibridi vennero introdotte nell’Arcipelago (presumibilmente a Caprera e a Spargi nel corso degli anni 80) il Parco non esisteva, essendo stato istituito nel 1996 e avendo iniziato a operare solo nel 1998. 

Nel corso degli anni ci sono stati diversi tentativi di affrontare il problema. Difficoltà burocratiche e amministrative hanno impedito la necessaria continuità operativa. 

Attualmente l’obiettivo del Parco è l’eradicazione delle specie invasive, a cominciare dal cinghiale ibrido. 

Per fare questo è stato necessario redigere uno Studio specialistico per analizzare la situazione attuale e per pianificare e gestire le operazioni di cattura.

Qualcuno infine, rimprovera il Parco per avere “aperto la caccia” mentre “un Parco dovrebbe occuparsi di proteggere gli animali.

Il Parco è chiamato, per legge, a salvaguardare gli animali e le piante che fanno parte dell’ambiente naturale del suo territorio, ossia a  tutelare l’ecosistema e le specie endemiche e spontanee che crescono sul suo territorio. 

Proprio per questo motivo una specie invasiva e dannosa come l’ibrido di cinghiale, introdotta irresponsabilmente dall’uomo, deve essere necessariamente eradicata. 

Luca Ronchi – Consiglio Direttivo del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena

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Massimiliano Marras

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